Il disegno sul torrione di Castello

informazioni

Carlo Santini

Email info

turismo@comune.venarotta.ap.it
Uno strano disegno si intravede mentre scendete da Castello verso Venarotta.

Ci sono stati tanti momenti ‘movimentati’ dalle nostre parti: questa foto è il simbolo di uno di questi.

Chi vive a Castello, conosce molto bene questo torrione: o meglio, conosce bene quello di sinistra, perché quello di destra è una nostra rielaborazione grafica, che non dovrebbe essere troppo differente dal disegno….di quasi 700 anni fa!

Il disegno non è immediatamente visibile se fate la salita di Castello e andate verso Casamaruccia e il Convento di San Francesco; si intravede, invece, procedendo in senso inverso, quando scendete. E tra la primavera e l’autunno, il disegno non lo vedete affatto perché è coperto da un albero.  Di solito c’è modo di lasciare la macchina poco prima del torrione o davanti alla chiesa di san Francesco di Sales.

Ora, secondo lo storico locale Luigi Girolami, questo è un unicum per le Marche meridionali ed ha, appunto, circa sette secoli. Ma per capire come quello stemma sia finito sul torrione di Castello bisogna masticare (a denti stretti) un po’ di Storia, quella con la lettera maiuscola.

Un marchio di fabbrica.

Dagli inizi del 1300, la Sede Papale si era trasferita in Francia, ad Avignone, dove rimarrà fino al 1377. Il perché lo trovate sulle migliaia di pagine web dedicato a questo periodo passato alla Storia come ‘Cattività avignonese’. E quando il gatto non c’è, lo sappiamo, i topi si lanciano in balli e banchetti. Dalle nostre parti questo ha significato una specie di ‘liberi tutti!’ dove chi aveva un po’ di ‘carognaggine’ a scorrergli nelle vene, e un po’ di soldati a disposizione (e soldi, soprattutto; perché la parola ‘soldati’ da lì viene), cominciò a fare il bello e il cattivo tempo (più cattivo che bello). Il più ‘tosto’, dalle nostre parti era quel Galeotto I Malatesta, chiamato dagli Ascolani a lottare contro Fermo e che poi ha lasciato il nome alla fortezza di Ascoli Piceno che ancora gode di ottima salute (in realtà è passata attraverso parecchi rimaneggiamenti) ed incombe minacciosa sul Ponte di Cecco e il Castellano.

Ad un certo punto, però, il Papa, al tempo Innocenzo VI, che un po’ di nostalgia di tornare in Italia l’aveva, chiama uno che a menare le mani non ci metteva tanto, quel cardinale Egidio Albornoz che sebbene povero di risorse, era molto ricco di familiari al seguito e di spirito. Spedito in Italia, l’Albornoz all’inizio tentenna, ma arrivato un po’ di denaro fresco dalla Francia, comincia a menare le mani pesantemente da una parte, e a intessere fitte trame dall’altra, tanto che in una decina d’anni non solo fa abbassare le orecchie ai Malatesta con qualche colpo ben assestato, ma poi, dopo averli bastonati. li nomina pure vicari papali.

Come ‘regalo’ alle tante fortezze della Marca ritornate ‘sotto padrone’, fa disegnare su torrioni e porte d’entrata proprio lo stemma dello Stato Pontificio, che più o meno dove essere come la ricostruzione che abbiamo fatto. E se volete leggervi le righe delle Costituzioni Egidiane del 1357 con le quali il cardinale spagnolo fa dare una bella ridipinta agli esterni, andate a pag. 119 del documento che trovate qui in fondo: è latino, ma si capisce.

Intendiamoci: per essere certi che quello stemma sia uno di quelli fatti dipingere dall’Albornoz, bisognerebbe fare ricerche di archivio che richiederebbero abilità e tempo a disposizione che pochi hanno. Però è certo che l’Albornoz quell’ordine lo diede e che Castello, era fortezza importante sull’asse viario che portava alla Villa e poi a Cerreto, Portella e Castel di Croce/Montemoro, l’unica via presidiata e abbastanza sicura per salire verso Nord.

Insomma, una specie di ‘brand’, ad indicare che il gatto stava tornando.

scarica il documento